13 giugno 1946: Sua Mastà il Re Umberto II
lasciava volontariamente l'Italia, non senza protestare contro l'atto
rivoluzionario del governo Italiano, convinto che di lì a poco,
pacificati gli animi ed evitata una guerra civile che il suo animo
nobile aborriva, e qualunque fosse stato il risultato REALMENTE
ACCLARATO del referendum da lui indetto (accettandone il responso anche
se fosse stato contrario alla Monarchia) sarebbe potuto rientrare in
Patria e vivere in Italia da Italiano. Fu invece VILMENTE esiliato e
condannato ad una morte civile indegna ed immeritata, fu condannato a 37
anni di dolore ed amarezza per la lontananza forzata dalla sua amata
Patria, fu condannato a morire con la parola Italia sulle labbra, fu
condannato a giacere in terra straniera, seppur culla della sua
Famiglia. Gli Italiani ricordino, o conoscano, questa pagina VILISSIMA
della nostra Storia. Esiliando il Re l'Italia perse il più grande dei
suoi figli e l'unica speranza di evitare il tracollo a cui oggi, dopo 67
anni di repubblica, l'Italia è giunta, meritando appieno di essere
appellata quale "bordello" di dantesca memoria. VERGOGNA all'Italia di
allora, e VERGOGNA all'Italia di oggi che ancora nega a quest'uomo
incolpevole, giusto e generoso, di riposare nella sua Patria. Viva l'Italia, viva il Re!
Nel giugno del 1944, dopo la liberazione di Roma, Vittorio Emanuele III nominò il figlio Luogotenente Generale del Regno in base agli accordi tra le varie forze politiche che formavano il Comitato di Liberazione Nazionale, e che prevedevano di «congelare» la questione istituzionale fino al termine del conflitto. Umberto, dunque, esercitò di fatto le prerogative del sovrano senza tuttavia possedere la dignità di re, che rimase a Vittorio Emanuele III, rimasto a Salerno. Si trattava di un compromesso suggerito dall'ex presidente della Camera Enrico De Nicola, poiché i capi dei partiti antifascisti avrebbero preferito l'abdicazione di Vittorio Emanuele III, la rinuncia al trono da parte di Umberto e la nomina immediata di un reggente civile.
(testo digitalizzato da una pagina del libro "Declino e crollo della Monarchia in Italia", del Prof. Aldo A. Mola)
Il Luogotenente si guadagnò ben presto la fiducia degli Alleati grazie alla scelta di mantenere la monarchia italiana su posizioni filoccidentali.
Umberto firmò su pressione americana il decreto legislativo luogotenenziale 151/1944 (vedi più avanti), che stabiliva che «dopo la liberazione del territorio nazionale le forme istituzionali» sarebbero state «scelte dal popolo italiano, che a tal fine» avrebbe eletto «a suffragio universale, diretto e segreto, un'Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato» dando per la prima volta il voto alle donne.
Formò quindi la Commissione per redigere lo Statuto della Sicilia in conformità con il suo intento di evitare la secessione dell'isola a opera dei movimenti indipendentisti.
Nel corso dei due anni trascorsi al Quirinale, Umberto era assecondato da una piccola cerchia di fedelissimi formata più da tecnici che da politici. Il suo consigliere più ascoltato era il ministro della Real Casa Falcone Lucifero. I margini di azione della corte erano però limitati, anche a causa dell'esiguità dei fondi a disposizione (il Luogotenente disponeva solo della metà della "lista civile", il resto spettante al padre). La celebre storia dei cosiddetti "conti di Ciampino" appare infondata: Umberto II, quando si era recato a Ciampino il 13 giugno 1946, era stato accompagnato da un folto seguito, nel quale si trovavano anche alcune persone che avevano richiesto un titolo nobiliare. Nella confusione del momento, Umberto II si stava raccomandando con il ministro della Real Casa Falcone Lucifero di "far bene tutti i conti". Il riferimento era relativo alle spese che erano state sostenute nei giorni precedenti al referendum. Questa sua raccomandazione, però, è stata fraintesa da alcuni storici, che hanno ritenuto invece che, per gratitudine nei confronti di quei fedeli, Umberto II avesse voluto «farli tutti conti»
DECRETO-LEGGE LUOGOTENENZIALE 25 GIUGNO 1944, N. 151 ASSEMBLEA PER LA NUOVA COSTITUZIONE DELLO STATO, GIURAMENTO DEI MEMBRI DEL GOVERNO E FACOLTÀ DEL GOVERNO DI EMANARE NORME GIURIDICHE UMBERTO DI SAVOIA Principe di Piemonte Luogotenente Generale del Regno In virtù dell'autorià a Noi delegata; Visto il R. decreto-legge 30 ottobre 1943, n. 2/B; Visto l'art. 18 della legge 19 gennaio 1939, n. 129; Ritenuta la necessità e l'urgenza per causa di guerra; Sentito il Consiglio dei Ministri; Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, Primo Ministro Segretario di Stato; Abbiamo decretato e decretiamo: Art. 1 Dopo la liberazione del territorio nazionale, le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà, a suffragio universale diretto e segreto, una Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato.
I modi e le procedure saranno stabiliti con successivo provvedimento. Art. 2 È abrogata la disposizione concernente la elezione di una nuova Camera dei Deputati e la sua convocazione entro quattro mesi dalla cessazione dell'attuale stato di guerra, contenuta nel comma terzo dell'articolo unico del R. decreto-legge 2 agosto 1943, n. 175, con cui venne dichiarata chiusa la sessione parlamentare e sciolta la Camera dei fasci e delle corporazioni. Art. 3 I Ministri e Sottosegretari giurano sul loro onore di esercitare la loro funzione nell'interesse supremo della Nazione e di non compiere, fino alla convocazione dell'Assemblea Costituente, atti che comunque pregiudichino la soluzione della questione istituzionale. Art. 4 Finché non sarà entrato in funzione il nuovo Parlamento, i provvedimenti aventi forza di legge sono deliberati dal Consiglio dei Ministri.
Tali decreti legislativi preveduti nel comma precedente sono sanzionati e promulgati dal Luogotenente Generale del regno con la formula: Vista la deliberazione del Consiglio dei Ministri; Sulla proposta di ... Abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue:... Art. 5 Fino a quando resta in vigore la disposizione dello art. 2, comma primo, del R. decreto-legge 30 ottobre 1943, n. 2/B, i decreti relativi alle materie indicate dall'art. 1 della legge 31 gennaio 1926, n. 100, sono emanati dal Luogotenente Generale del regno con la formula:
Sentito il Consiglio dei Ministri; Sulla proposta di ... Abbiamo decretato e decretiamo ... Art. 6 Il presente decreto entra in vigore il giorno stesso dalla sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale del Regno - serie speciale - e sarà presentato alle Assemblee legislative per la conversione in legge.
Il Presidente del Consiglio dei Ministri, proponente, è autorizzato a presentare il relativo disegno di legge. Ordiniamo, a chiunque spetti, di osservare il presente decreto e di farlo osservare come legge dello Stato. Dato a Napoli, addì 25 giugno 1944 UMBERTO DI SAVOIA
Il 18 marzo 1983, nell'Ospedale Cantonale di Ginevra, moriva S.M. il Re Umberto II di Savoia.
Il 24 marzo, nell'Abbazia di Altacomba in Francia, si tennero i funerali, ai quali parteciparono migliaia di Italiani giunti da ogni parte d'Italia con tricolori recanti lo stemma Sabaudo, a dimostrazione di quanto il Re fosse amato e di quanto la Monarchia fosse ancora nel cuore della gente.
Umberto II regnò un solo mese, il mese di maggio del 1946 (anche se per 2 anni, dal giugno 1944, era stato Luogotenente Generale del Regno, e dunque Re "facente funzioni"), e per questo era ed è conosciuto anche come il Re di maggio. Alla fine di una guerra disastrosa, che portò l'Italia sul baratro del disastro, Umberto II, pur non colpevole di quanto accaduto in precedenza, volle lasciare la parola al Popolo Italiano sulla scelta della forma istituzionale del Paese, ed indì il referendum per la scelta tra Monarchia e Repubblica.
Il 2 giugno del 1946 gli italiani andarono al voto e l'esito di questo referendum fu incerto per molti giorni, tanto che lo stesso Re Umberto promise un secondo referendum nel caso che la Monarchia avesse vinto con risultato solo di poco superiore a quello della repubblica.
Si cominciò a parlare di vittoria della Monarchia, tanto che lo stesso De Gasperi, Presidente del Consiglio, il 5 giugno annunciava al Re che la Monarchia aveva vinto.
Improvvisamente tra il 5 e il 6 giugno i risultati sembrarono cambiare, furono scrutinati centinaia di migliaia voti di dubbia provenienza, ed il risultato cominciò ad essere a favore della repubblica.
Furono presentati migliaia di ricorsi, che non vennero presi in considerazione.
Scoppiarono molti disordini, soprattutto nel meridione, fra i fedelissimi del Re e le forze repubblicane. A Napoli 9 giovani monarchici, che manifestavano democraticamente, caddero negli scontri che vi furono tra il 9 e l'11 giugno.
Il 10 giugno la Corte di Cassazione diede in via ufficiosa la
notizia della vittoria della Repubblica affermando che avrebbe fatto la
proclamazione ufficiale con i dati definitivi il 18 giugno. Ciò però non
avvenne per cui la Repubblica, in effetti, non è mai stata proclamata !
Il Re, per sedare gli animi e per evitare il ripetersi di una guerra fratricida fra Italiani, che già aveva sparso tanto sangue durante la Resistenza, decise di allontanarsi TEMPORANEAMENTE dall'Italia per farvi ritorno quando l'esito del referendum fosse stato chiaro e fosse stata riconfermata la Monarchia oppure fosse stata sancita la vittoria della Repubblica.
Il 13 giugno lasciò il Paese, non senza aver protesta ufficialmente con questa nota:
Italiani!
Mentre il Paese, da poco uscito da una tragica guerra, vede le sue
frontiere minacciate e la sua stessa unità in pericolo, io credo mio
dovere fare quanto sta ancora in me perché altro dolore e altre lacrime
siano risparmiate al popolo che ha già tanto sofferto. Confido che la
Magistratura, le cui tradizioni di indipendenza e di libertà sono una
delle glorie d'Italia, potrà dire la sua libera parola; ma, non volendo
opporre la forza al sopruso, né rendermi complice dell'illegalità che il
Governo ha commesso, lascio il suolo del mio Paese, nella speranza di
scongiurare agli Italiani nuovi lutti e nuovi dolori. Compiendo questo
sacrificio nel supremo interesse della Patria, sento il dovere, come
Italiano e come Re, di elevare la mia protesta contro la violenza che si
è compiuta; protesta nel nome della Corona e di tutto il popolo, entro e
fuori i confini, che aveva il diritto di vedere il suo destino deciso
nel rispetto della legge e in modo che venisse dissipato ogni dubbio e
ogni sospetto.
A tutti coloro che ancora conservano fedeltà alla Monarchia, a tutti
coloro il cui animo si ribella all'ingiustizia, io ricordo il mio
esempio, e rivolgo l'esortazione a voler evitare l'acuirsi di dissensi
che minaccerebbero l'unità del Paese, frutto della fede e del sacrificio
dei nostri padri, e potrebbero rendere più gravi le condizioni del
trattato di pace.
Con animo colmo di dolore, ma con la serena coscienza di aver compiuto
ogni sforzo per adempiere ai miei doveri, io lascio la mia terra. Si
considerino sciolti dal giuramento di fedeltà al Re, non da quello verso
la Patria, coloro che lo hanno prestato e che vi hanno tenuto fede
attraverso tante durissime prove. Rivolgo il mio pensiero a quanti sono
caduti nel nome d'Italia e il mio saluto a tutti gli Italiani.
Qualunque sorte attenda il nostro Paese, esso potrà sempre contare su di me come sul più devoto dei suoi figli.
Viva l'Italia! Umberto
Roma, 13 giugno 1946.
Non appena egli uscì dal territorio nazionale, però, gli fu precluso il rientro e ne fu decretato l'esilio, un esilio che lo obbligò a vivere per 37 anni lontano dalla sua amata Patria, e che per ulteriori 30 anni, fino al presente, gli negò e gli nega una degna e civile sepoltura in quella che fu la sua terra e che i suoi avi contribuirono a far nascere e crescere.
Ora egli è sepolto nell'Abbazia di Altacomba, in Savoia, la culla dei sui padri, assieme ai Conti, ai Duchi e ai Re di Savoia che, partiti da una piccola regione della Francia, crearono un grande Stato Nazionale, l'Italia, e diedero dignitàad un Popolo che dal 1861 non è più il "volgo disperso che nome non ha" di manzoniana memoria, un Popolo che dal 1861 con orgoglio si definì e ancora si definisce Italiano.
Umberto II attende lì, ad Altacomba, come suo padre, Il Re Vittorio Emanuele II, il Re Soldato, il Re che completò l'unità d'Italia, attende ad Alessandria d'Egitto, e sua madre, la Regina Elena, Rosa d'Oro della Cristianità, attende a Montpelier, in Francia.
Attendono, coloro che hanno amato l'Italia, di tornare in Italia.
In tutte quelle nazioni che un tempo furono monarchiche ed ora non lo
sono più è stato permesso ai reali di rientrare, da vivi o da morti. In
Russia, in Austria, in Grecia, in Bulgaria e in altre nazioni le salme
dei reali sono sepolte nella loro terra d'origine. Solamente in Italia
si assiste a questa incivile, antidemocratica ed incostituzionale
situazione, che vede chi ha contribuito al bene di Italia essere
trattato come un cane, anzi peggio, perché di un cane si ha maggior
pietà.
Quando finirà questo scempio? Quando si porrà termine a tutto ciò?
Agli Italiani il compito di farlo.
Agli Italiani, a noi Italiani, il compito di far si che finalmente giustizia sia fatta.